La settimana scorsa il web italiano è andato in tilt per la notizia in cui il presidente dell’Islanda avrebbe affermato che, se avesse potuto, avrebbe vietato la pizza con l’ananas per legge. Grandi applausi, gente che proponeva una legge in Italia, tentativi di petizione ecc. Ho letto di tutto, perfino giornalisti (non commentatori, proprio giornalisti) che parlavano della pizza con l’ananas come di nazi-culinaria e stupro gastronomico.
Ora, voi vi chiederete cosa avrà a che fare questa notizia con il libertarismo. Ed eccovi la connessione incominciando con un esempio: ad un anglosassone non importa che cosa mangiate, che cosa vestiate, se (o cosa) vi laviate ogni mattina, quale religione professiate e così discorrendo. L’Italiano invece è continuamente scandalizzato da cosa gli altri mangino, come si vestano, che cosa pensino e cosa facciano e spesso invoca la violenza dello Stato per vietare agli altri ciò che a lui non piace. Questi sono tutti cenni rivelatori di due culture profondamente diverse, una liberale e l’altra fascista. Il fascismo non passa solo per quello di Stato, con governi autoritari, marce su Roma e ronde notturne (questi sono solo sintomi di una cultura profondamente illiberale) ma incomincia dalle piccole cose di tutti i giorni. Dal considerare i cibi nazionali sacri, schifare gli altri per come e cosa mangiano, per le loro abitudini sessuali o semplicemente per quello che pensano. Dall’intolleranza culinaria il passo a quella sociale, religiosa e nazionale è molto breve.
Non succede nulla agli italiani o all’italianità se qualcuno mangia l’ananas sulla pizza. L’ho mangiata un paio di volte così come il cappuccino a pranzo e l’insalata con la pasta e vi posso assicurare che non mi è successo nulla e nessun italiano è morto nel Bel Paese. Per quanto riguarda la “criminale” pizza con l’ananas non è il massimo e non è la mia preferita ma ho rispetto per chi la mangia. Anzi non me ne importa nulla di cosa gli altri mangino, o cosa professino come religione o con chi facciano l’amore. Ognuno è libero di fare quello che vuole purché non vada contro di me. E andare contro la tradizione culinaria italiana (un’astrazione come la nazionalità) non è un reato né un peccato religioso.
Il Principio di non Aggressione (NAP) non include il divieto di critica (ci mancherebbe) e chiunque ha la libertà di criticare chiunque e qualsiasi comportamento. Ma ho paura che la critica di certi italiani nasconda più il criptofascismo di chi, se andasse al potere vieterebbe certi comportamenti. In poche parole un libertario dovrebbe gioire della diversità culinaria e dell’innovazione che i (perlopiù) liberali paesi anglosassoni riescono a creare partendo dalla tradizione italiana. Perché se fosse per gli italiani i menu verrebbero decisi per decreto legge dallo Stato e chi si azzarda ad innovare o cambiare verrebbe multato o peggio (ossessione per cibi DOC e DOP protetti dallo Stato docet).
È il libero mercato che crea innovazione e il motivo per cui non esiste innovazione culinaria in Italia è proprio perché culturalmente non esiste libero mercato e la mentalità è quella criptofascista. Gli chef italiani infatti devono andare all’estero per poter creare e innovare così come facevano scienziati, teologi e liberi pensatori in passato. Il rogo in piazza Campo dei Fiori non si è mai spento.