“L’immigrazione non è una minaccia alla cultura, all’economia o alla sicurezza. Non è un programma di welfare, un’entità corporativa, un ideale collettivista, un risarcimento storico e nemmeno una rivendicazione etnica. E’ il semplice diritto di muoversi, vivere, lavorare e morire in un posto differente da quello in cui uno è nato, è la vittoria della scelta sul caso.”
Alvaro Vargas Llosa
Immaginatevi una persona nata a Torino che decide di andare a studiare o lavorare o semplicemente fare un giro a Milano. Nessuno ci farebbe caso, d’altro canto sarebbe un suo diritto. Ora però immaginatevi che da un giorno all’altro qualcuno si inventi un referendum per mettere un confine tra Lombardia e Torino. Referendum vince e tra Torino e Milano si forma una frontiera. Ora non si può piu andare da Torino a Milano senza un permesso dei due neonati stati. I pendolari non possono piu andare a lavoro senza estenuanti controlli, un datore di lavoro di Milano non può piu offrire lavoro ai cittadini di Torino. I torinesi non possono neppure piu decidere di spostarsi a vivere a Milano, pena la loro reclusione in centri di accoglienza pubblici. Alcuni vengono espulsi, altri ottengono asilo politico, altri ancora rimangono in un limbo che dura anni. Se vi sembra assurdo pensare che un torinese non possa andare a Milano a lavorare o a comprare una casa e venga rinchiuso in un centro di accoglienza, ora sapete quanto possano sembrare assurdi ad un libertario i casi seguenti: francese che va in Italia, italiano che va in Slovenia, sloveno che va in Romania, rumeno che va in Siria, siriano che va in Grecia e cosi via.
Se l’immigrazione clandestina non esiste e pare una cosa assurda ad una persona con un po’ di senno tra Torino e Milano, perché questa viene accettata invece tra uno stato e l’altro? Il fatto é che esistono due livelli di atteggiamento nei confronti dei migranti (siano torinesi o siriani): quello statale e quello dei privati. Vediamo come si comportano i due.
Stato. Lo Stato considera i cittadini che abitano all’interno del proprio territorio come gli unici detentori di diritti e come gli unici beneficiari del proprio sistema. Lo Stato considera quelli che sono fuori dal proprio confine come stranieri, spesso nemici. Lo Stato é intrinsecamente segregazionista e razzista. Non vede individui, ma solo amici e nemici, noi contro loro. Quando una barca di persone arriva sulle sue coste li prende e li porta in centri di accoglienza. Voi direte: certo sono stremati, hanno bisogno di accoglienza. Ma sono stremati perché sono stati costretti ad usare un metodo pericoloso e inumano di spostarsi. Avrebbero potuto prendere un aereo o un auto ma non hanno potuto. Motivo? Gli stati non glielo hanno permesso. Stessa cosa succederebbe al povero torinese che vuole andare a Milano. Milano non gli permette di attraversare la frontiera e allora il torinese si ingegna, si affida alla criminalità organizzata e passa il confine. Una volta attraversato il confine il povero torinese non puo trovare un lavoro, una casa, aprire un conto in banca perché lo stato lo considera un clandestino. Il motivo per cui tanti clandestini si trovano senza una casa e un lavoro di nuovo dipende principalmente dal comportamento dello stato. Nel caso dei torinesi, ma vale anche per i siriani molti dei quali sono di classe media, sarebbero in grado di contribuire con lavori dignitosi, di pagare affitti e perfino le tasse di cui lo stato é affamato.
Se inorridite alle frasi qui sopra e non riuscite a capire come io possa tollerare l’immigrazione libera allora aspettate di leggere l’alternativa che i privati hanno organizzato qui sotto. E forse vedrete il problema da un altro punto di vista.
Privati. In questi giorni abbiamo avuto un’idea di cosa significherebbe se gli stati non esistessero e i privati si prendessero cura della situazione. Tre esempi di seguito:
- nonostante gli assurdi proclami sulla disoccupazione crescente nei paesi occidentali in realtà ci sono milioni di posti di lavoro che non riescono ad essere occupati. Motivo é semplice: ci sono milioni di cittadini europei che non vogliono spostarsi dal villaggio dove sono nati e che non sono disposti a fare lavori differenti dal loro idealistico sogno infantile. Ora, se invece di vedere i migranti come stranieri che vogliono rubarci il posto di lavoro li vedessimo come individui che sono in grado di spostarsi da regione a regione per occupare quei posti di lavoro vacanti tutto cambia. Il siriano diventa un torinese e l’immigrazione clandestina scompare dalla nostra mente. Tutto diventa una finzione un trucco di ingegneria sociale che i governanti utilizzano per giustificare la loro esistenza.
- OK, ora spostiamo l’attenzione dal lavoro all’accoglienza. Al contrario di quello che fa lo stato, ovvero trattare gli stranieri come numeri da smistare in centri di accoglienza-prigione, i privati li trattano come persone. In tutta Europa oggi i privati si stanno mobilitando per accogliere molti dei migranti della crisi siriana utilizzando app come Refugee Welcome, un AirBnB specializzato per questo tipo di crisi. Soprattutto in Germania, Austria e paesi scandinavi. In Islanda 10000 persone si sono offerte di ospitare altrettanti rifugiati. D’altronde queste cose non succedono lo stesso per le vittime di calamità naturali all’interno del proprio paese?
- Sempre riguardo alla crisi siriana (ma vale per qualsiasi crisi) è stata proposta da un miliardario egiziano, Mr Sawiris, la creazione di un nuovo stato indipendente privato che possa ospitare i rifugiati siriani. Come? Sawiris vorrebbe comprare un’isola greca o italiana e offrire lavoro e una vita dignitosa a migliaia di siriani.
Capite quindi che non solo gli stati sono responsabili dell’attuale crisi siriana (Arabia Saudita, Turchia, USA, Iran ecc.) ma sono perfino responsabili dei modi in cui i migranti si spostano. E in tutto questo non hanno altra soluzione che creare centri di accoglienza e dare soldi a fondo perduto per far ingrassare i soliti amici delle cooperative. Per i privati invece i confini non esistono e l’accoglienza non ha nazionalità. Anzi molti vedono il migrante come una risorsa per poter fare andare avanti la società.